I colori degli altri

Stefano era arrivato alla veneranda età di trentatré anni imprimendo dietro a un obbiettivo i desideri degli altri.

Era bravo e veniva corteggiato da molti; per questo la sua vita si era trasformata in un continuo rimbalzare da una città all’altra per immortalare i feticci di ciò nel nostro secolo sono considerati i desideri più brucianti: i vestiti.

In questa perenne migrazione, aveva imparato a riconoscere l’alternarsi delle stagioni dalle palette colori dei brief che intasavano la casella mail. 

Era estate se i neon di qualche set lo imprigionavano in un argentato inverno posticcio; era inverno quando, mentre la neve vera cadeva candida a ricoprire la città, lui sudava sotto le lampade arancioni destinate a riscaldare la pelle nuda di qualche giovane modella.

Del resto, doveva ritenersi fortunato: quel suo lavoro gli dava più del necessario per vivere e gli apriva, al contempo, le porte di luoghi inaccessibili -svelando a lui solo un caleidoscopio di passerelle luminose, di abiti impalpabili e di ragazze scavate dal desiderio di indossarli.

Cosa poteva importare, quindi, se non ricordava più che colore ha la neve vera? 

Se erano anni che non sentiva nell’aria il profumo ambrato della prima fioritura?

Se le città in cui si muoveva, le piste su cui atterrava, i treni che prendeva, i grattacieli che vedeva, le conversazioni agli aperitivi che frequentava, diventavano -impercettibilmente- ogni giorno un po’ più grigi? 

Cercava di non pensarci ma nonostante questo, sempre più spesso, il mattino lo sorprendeva già sveglio, intento a rimuginare su quella sua vita risucchiata in un vortice carnevalesco dai colori stridenti.

Poi, una notte, aveva fatto un sogno.

Risaliva per una strada di cui non aveva ricordo, ma su cui sapeva con certezza di essere già passato.

La strada lo aveva condotto al limitare di una distesa di morbida erba verde: la luce rosa del tramonto, quel rosa che c’è solo in primavera, stava cedendo il passo al blu zaffiro di una notte tiepida, illuminata dalle stelle.

Stefano si era guardato i piedi e aveva scoperto di non avere le scarpe ma, chissà perché, aveva trovato questa cosa del tutto naturale e così si era addentrato nell’erba, tenera e nuova.

Con passi lenti aveva iniziato ad attraversare il prato.

Non sapeva spiegarlo ma man mano che avanzava, fondendosi con l’erba e con il cielo, più intuiva che qualcosa di importante lo attendeva all’altro capo della distesa, sempre più immensa e avvolgente.

Qualunque cosa fosse, però, non l’aveva raggiunta in tempo: si era svegliato all’improvviso.

Stefano aveva tenuto gli occhi chiusi -per provare a prolungare il sogno e afferrare il segreto celato da quel mare color smeraldo-, ma va detto che un sospetto ora lo aveva: era arrivato alla veneranda età di trentatré anni imprimendo dietro a un obbiettivo i colori degli altri, ma scordandosi dei suoi.

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