Fare Luce

Circa un mese fa ho detto una cosa:

il mio problema è che alle medie non ho deciso con che gruppetto stare, da lì credo sia iniziata la catastrofe.

In quel momento ho rivisto me stessa nel 2002. Spalmata sul termosifone del secondo piano della scuola media Davila, solitaria e accigliata con chi aveva deciso, sulla base di non so che presupposti, che quello fosse il posto giusto per me.

Per me che mi vedevo sempre troppo: troppo educata, troppo gentile, troppo brava a esprimermi in italiano. La me la cui mamma poteva comprare bei completini firmati nel negozio più carino della città. Non per vantarci ma perché, semplicemente, era nostra abitudine.
Vestiti che non mettevo, che nascondevo o di cui mi vergognavo come una ladra, per la paura di risultare diversa. Ancora più diversa.
Per il timore di venire derisa, canzonata dalla bocca dell’invidia… Come se il fatto di amare i temi e la storia, odiando visceralmente la pallavolo non fosse abbastanza.

Dal mio termosifone vedevo un po’ tutto, ero un po’ al centro di tutto e parte di niente.
C’erano le ragazze molto molto belle che facevano le bullette. Dimostravano diversi anni in più e uscivano con i ragazzi più grandi.
C’erano gli scapestrati che le amavano e andavano malissimo a scuola.
C’erano i tipi strani, quelli che eccellevano in tutte le materie. C’erano “gli sfigati”.

E c’ero io.

Io che stavo un po’ con tutti e con nessuno e fatta sempre ferrea le regola del – amici fino a un certo punto.
Io che fondamentalmente già allora mi sentivo quasi fossi un bagaglio ingombrante.
Figlia unica, abituata da sempre a stare “coi grandi”. Abituata a una vita e a delle esperienze differenti da quelle dei propri compagni e delle (poche) amiche che avevo.
Le stesse che un sabato, finita l’ultima ora, mi aspettarono all’uscita per dirmi – Abbiamo deciso che non puoi più essere nostra amica perchè sei troppo diversa da noi.
Ora sei sola. –
Immaginai fosse il loro modo da bambine – cattivo per definizione- di isolare la mia luce; o quantomeno cercare di appiattirla.

E ci riuscirono.

Piansi, credo, per il restante della durata delle scuole medie. Quelle tre parole finirono – temporaneamente- di farmi effetto solo al Liceo. Dove la bella e indimenticata figura del mio primo grande amore rappresentò, per lungo tempo, il mio porto sicuro. Lui forse anche di più: era il mio unico complice.
Un sistema a due che si autoalimentava. Due esseri umani che, per quanto giovani, erano riusciti a generare un piccolo, luminoso, habitat che gli altri guardavano da fuori e al quale non erano necessari.
Ma gli altri, si sa, ci sono. E se non necessari di certo esistono.
Se bastò un insignificante pertugio a distruggere un Eden non fu colpa dell’uno o dell’altra, semplicemente accadde.
Accadde e il grande generatore di luce si spense. Calò la notte su quel lussurioso giardino e su chi lo abitava.
Ancora una volta mi venne in mente la faccia antipatica ( e pure un po’ bruttina ) di Linda – ora sei sola.

Decisi che ero stanca di tutto. Stanca di quel sistema ristretto di cose. A 19 anni, trolley alla mano, scesi dal treno che fermava in Centrale: ero arrivata a Milano.

L’Università privata, il campus… Era il meglio? Si. L’ho sempre pensato e lo penso ancora. Ma era allo stesso tempo il microcosmo di tutto quello che avevo vissuto e visto.
Solo che per le persone era più normale vestirsi in modo curato o – strano, perchè non ce l’ha nessuno- come avrebbero riassunto nel mio paese (e come ancora fanno).
Nella mia Università un sociologo, un politologo e uno psicologo di comunità avrebbero trovato un terreno a dir poco fertile per le loro disquisizioni. Ma la cosa bella di quel posto e della città in generale era che quel – ora sei sola- non era per forza di cose una condanna.
A Milano le persone erano profilate in gruppi, sotto – gruppi, culture, sotto – culture e gusti di cui avevo sentito parlare solo nelle serie tv. La gente portava luminescenze inedite eppure ancora io mi domandavo chi essere e da che parte stare. Al buio, in una stanza non vedevo che un riverbero. Qualcosa di simile a me, si, ma mai del tutto mio.

Mentre il tempo passava e nella grande città che avevo scelto – Ora sei sola – somigliava più a un mantra utile a forgiare me stessa.
Mi ci sono voluti sei anni per trovare ciò che cercavo in quella metropoli, quando l’ho trovato, sono tornata a casa. Nel trolley alla mano recavo un’ulteriore consapevolezza. Rimanere poteva voler dire rischiare di perdersi in un caleidosopico caos di identità possibili. Questo un’ottusa come me non poteva accettarlo.

In questi anni di primo approccio, livello dummies, alla vita adulta mi sono ritrovata svariate volte a incazzarmi per come funzionavano le cose, a non sapere dove mettermi (ancora), a finire col chiedermi dove sia – a patto che esista – il mio posto nel mondo. Se si tratti di un luogo fisico, con accanto persone fisiche o di una destinazione mentale, con accanto risorse personali. A dirmi che sì, non ho capito un cazzo di amore, amicizia e lavoro.

Se mi guardo allo specchio vedo ancora la ragazzina di 12 anni che alle medie non ha deciso in che gruppetto stare, non si è adeguata e – Ora è sola- .
Solo che adesso ho capito che mi va bene così.

E adesso? Al buio, in una stanza faccio o non faccio una luce visibile? Esistono solo due modi di fare le cose: farle o non farle. Bene, male; giuste, sbagliate … Sono congetture che vengono dopo. Sono indirizzi del mittente che usiamo per spedirle a volte all’ego, altre al senso di colpa.
Ciò che è importante nell’approccio alle cose è farle a modo mio.
Solo così è possibile fare luce.
Non importa se soli, diversi, scomodi, se stessi.

Brillare di luce propria è l’augurio migliore che si possa ricevere.

ndr- Se vi va vi consiglio di ascoltare “La nostra pelle” degli ExOtago che mi ha ispirato nella scrittura di questo estratto.

Buon Natale! Valentina

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