Il libro sul comodino: Umami

Compro più libri di quelli che riesco a leggere, così a volte sottopongo la lettura a mia madre che diventa il mio metro per stabilire con quale priorità fare ordine tra gli acquisti. Quando me lo ha restituito ha detto “questo è un libro sui sentimenti”:

Umami di Laia Jufresa.

Non sono una fan della letteratura messicana o meglio di quel mondo che spesso viene descritto, seguendo i più comuni stereotipi, come povero, politicamente instabile e carico di violenza. Laia Jufresa però mi ha aperto un mondo, quello del Messico delle persone che lo abitano, personaggi molto originali e diversi tra loro.

Siamo a Città del Messico, più di preciso a Villa Campanario, un complesso residenziale dove ogni casa prende il nome da uno dei cinque gusti: acido, amaro, salato, dolce e… umami.

La narrazione è divisa in quattro parti, e dà voce a numerosi personaggi che raccontano la loro vita andando a ritroso nel tempo, dal 2004 al 2001. Le voci sono quelle di Ana (Casa Salato) che vive nel ricordo della sorellina Luz, dalla cui morte la madre Linda (Casa Dolce) sembra non essersi mai ripresa:

Solo che non è nemmeno un fiume la nostra tristezza, è acqua stagnante. Da quando Luz è affogata, c’è sempre qualcosa che affoga a casa nostra. Certi giorni no. Ci sono giorni in cui si potrebbe credere che siamo ancora vivi, i cinque rimasti della famiglia: mi viene un brufolo, Theo riceve una telefonata da una ragazza, Olmo dà il suo primo concerto, papà torna da una tournée, mamma fa una torta. Ma poi entri in cucina e c’è la torta, ancora cruda, sul tavolo di legno, la metà della superficie già punzecchiata con la forchetta, l’altra ancora liscia, mamma con la forchetta sospesa per aria, la forchetta immobile, lei imbambolata, e allora capisci che a casa saremo per sempre quasi sei.

Poi ci sono Marina (Casa Amaro), una giovane pittrice che inventa colori, Pina (Casa Acido) che, abbandonata dalla madre Chela, sopravvive alla sua assenza; e infine il dottor Alfonso Semitiel (Casa Umami) che regala al lettore parole bellissime per parlare della sua relazione con la moglie (defunta) Noelia:

Ho scritto: Umami. È un po’ scemo come titolo (…) Ma per ora penso di lasciarlo perché, allo stesso tempo, Umami è il titolo perfetto. Cercare di raccontare chi è stata mia moglie è necessario e impossibile quanto spiegare l’umami: quel sapore che satura le papille gustative senza, proprio per questo, lasciarsi distinguere, oscillando con soddisfazione tra il salato e il dolce, un po’ così, un po’ cosà (…) È il titolo perfetto perché nessuno lo capirà come io non ho mai capito davvero Noelia Vargas Vargas. Forse per questo non mi sono mai stancato di lei. Forse l’amore è proprio questo.

Umami è quel sapore al quale l’autrice affida il compito di raccontare il dolore, l’abbandono, la perdita, l’amore.

È il titolo del libro che il dott. Semitiel ha deciso di dedicare a Noelia, è la milpa di Ana, è il ricordo di Luz, è l’abbandono di Chela e il vuoto di Pina.

Umami, come il sapore, è un libro difficile da catalogare, ma si deve proprio?

 

Tempo di lettura
una settimana a Villa Campanario

Ph. Sara Cartelli
© The Eat Culture

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