Il nome più bello del mondo

Un giorno all’anagrafe ci sarebbe andata per davvero.

Se lo riproponeva più o meno da quando aveva otto anni e, anche se ora ne aveva quattro volte tanti, era certa che prima o poi l’avrebbe fatto sul serio.
Si sarebbe presentata allo sportello, avrebbe consegnato la carta d’identità con l’aria di chi non ha tempo da perdere (che, si sa, queste faccende di documenti non sono famose per essere veloci) e avrebbe chiesto di mettere per sempre una bella “x” sul suo nome.

Già, sul suo nome.

Perché i suoi genitori -pace all’anima loro- lungi dall’accontentarsi dei molti nomi inusuali che offre la lingua dei poeti (chessò, una Violante, una Giuditta o una Desdemona qualunque) s’erano inventati di voler fare sfoggio di fantasia e per questo l’avevano chiamata -davanti al giudice e davanti al prete- Poesia.

Poesia Bianchini.

Scellerati, nemmeno un secondo nome dietro cui nascondersi!
Non solo: crescendo, a questo danno crudele si era aggiunta pure la beffa, perché con quello strano nome -da sempre causa di spietate prese in giro, risate sotto i baffi e, quando andava bene, genuina commiserazione- ci faceva a cazzotti anche il suo aspetto, ben lontano dall’omologarsi con la figura eterea e leggiadra che un epiteto del genere farebbe prefigurare.
Poesia era una ragazza, se non grassa, per lo meno ben piantata, con lunghi capelli corvini e una risata aperta e gioviale.

Che poi una volta all’anagrafe c’era andata veramente, solo che, quando l’impiegato le aveva chiesto “e come desidera chiamarsi?” lei era caduta dal pero facendosi parecchio male: non ne aveva idea.
Certo che ci aveva pensato -e anche molto spesso- ma la faccenda dei nomi, quando la si vive sulla propria pelle, è ben più complicata di come appare (pensa un po’: se tu dovessi decidere che il tuo nome non ti piace più, con cosa lo sostituiresti? E se anche ne avessi in mente uno che ti ispira, chi ti assicura che tra un mese non ti abbia già stufato?).

Poesia se ne era tornata a casa mogia mogia, più pensierosa che mai.

Doveva scegliere un nome normale -come sognava da bambina- o definirsi semplicemente in maniera un po’ meno particolare? Prediligere un significato o una melodia? Un personaggio storico o una figura biblica? Una metafora o un’onomatopea?
La sua top ten era imprecisa, cambiava in base al meteo e alle stagioni, ruotava ciclicamente seguendo le puntate delle serie che più l’appassionavano.
Nessun nome era rimasto in cima alla lista per più di tre mesi di fila (meno uno, a dire il vero, che però era scolorito dopo poco più di un anno, e di certo la vita copriva un arco di tempo ben più esteso!).

La faccenda, insomma, era incredibilmente delicata.

Poi, un bel giorno (e ti assicuro che era giorno davvero bello), una lineetta di troppo sul test di gravidanza aveva completamente ribaltato la questione.

Poesia aspettava un bambino.

A quella scoperta erano seguite risa, abbracci e giorni interi di felicità perfetta ma, ahimé, non ci volle molto perché il dilemma si ripresentasse e, se possibile, ancor più gravoso: come avrebbe fatto a scegliere il nome giusto per il bambino? Come poteva essere certa che lui o lei ci si sarebbero trovati a proprio agio? Che non l’avrebbero odiata per sempre?

Poesia, nonostante la consapevolezza di poter condividere l’onere di quella responsabilità con il marito e di avere ben nove mesi per pensarci, in fondo in fondo non poteva darsi pace (il povero Matteo, del resto, non aveva mai potuto comprendere l’antipatia per quel Poesia, ai suoi occhi tanto bello!).

Interi taccuini vennero sepolti sotto il fuoco incrociato di liste ed elenchi, e più le settimane passavano -rivelando ai futuri genitori di essere in attesa di una bimba- più i dubbi si aggrovigliavano, incatenando Poesia alle sue perplessità.

A cambiare finalmente le cose dovette pensarci proprio la nascitura, in un anonimo giovedì di maggio.
Quel giorno, nell’alzarsi dal letto, Poesia percepì un’insolita vibrazione, un movimento strano nel basso ventre -come un lievissimo gorgoglio.
Immobile, si mise all’ascolto con ogni sua fibra e presto fu certa che quello sfarfallio era proprio lei, la bambina!
Accarezzandosi la pancia per ricambiare il buongiorno, il suo pensiero volò a indovinare la figura di una bella bimba con i capelli scuri come i suoi e gli occhi chiari di Matteo: all’improvviso, senza un perché, si vide abbracciarla forte mormorando “mia Diletta”.

Che vibrazione! Quel suono dolce la sfiorò come una carezza.

Se Poesia, in quel momento, avesse potuto dare una sbirciatina al futuro (non tanto in là, a dire il vero) avrebbe visto una bimba con gli occhi neri e i capelli biondi raccontarle della sua ultima scoperta: che certe storie molto belle sono in realtà poesie, e che la sua mamma doveva essere felice di chiamarsi proprio come quelle storie.

Naturalmente Poesia non poté dare nessuna sbirciata, ma tutto sommato non ce ne fu bisogno: una nuova consapevolezza l’aveva illuminata e per la prima volta in tutta la sua vita, pronunciando il suo nome, si ritrovò a pensare che fosse davvero il più bello del mondo.

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