La melodia del non amore

Quando penso alla musica, penso agli uomini della mia vita.
A quelli che ho amato, non importa per quanto.
A quelli che amo ancora, non importa da quando.

Se penso alla musica penso a mio padre che mi ha insegnato, fin da piccola,
ad apprezzarla.

Suppongo che in entrambi i casi sia perchè l’ho considerata, anzi la considero, un modo incisivo per comunicare con loro.

Mi ricordo papà negli anni 90, con gli occhiali da sole durante le traversate Padova/Brindisi da 12 ore ciascuna, sotto il sole cocente di Luglio. Seduta dietro, con tutto il mio parterre di giocattoli, guardavo la sua immagine riflessa sullo specchietto retrovisore, era il mio modo di sapere quali fossero le canzoni che gli piacevano di più, per le espressioni che faceva. Quelle traversate in cui Mina si alternava a Sade e mai e poi mai poteva mancare Battisti, quasi più importante della benzina.

Penso a papà durante le cene in cui, entrambi timidi, noi De Simone preferivamo concentrarci sulla poetica di Mogol, piuttosto di impegnarci a imbastire una conversazione padre-figlia banale. Sottolineo impegnarci perché, in casa mia, fare una conversazione banale è da sempre considerato uno sforzo – grazie a Dio.

Mi viene in mente, per esempio quella volta sui colli. Avevo diciotto anni e avevo appena finito di raccontargli di alcuni pensieri che mi angosicavano, che riguardavano i sentimenti. Volevo un commento o un’opinione maschile.
Lui è stato zitto per cinque minuti, poi si è tolto gli occhiali da sole e guardando il panorama mi spiegò il concetto di non-amore nelle canzoni di Battisti che gli piacevano tanto.
Non una parola sulla situazione, solo la spiegazione.

E io ci rimasi ovviamente male ma non dissi niente, perché sapevo che era una cosa che avrei compreso col tempo.
Col tempo non solo ho compreso ma ho capito che quel concetto era dentro di me e mio padre in realtà un consiglio me l’aveva dato, me l’aveva dato eccome.

Penso a papà che vive senza televisione ma con la radio sempre accesa e ora il pc connesso a Spotify o Youtube perchè basta questo, “il televisore fa rumore”.

Me lo immagino così quando arriva a casa la sera: una finestra aperta sulla terrazza dei Colli Euganei e una bossa in sottofondo, a pensare come sarebbe andata la sua vita se fosse davvero diventato un musicologo, come spesso dice anche un po’ ridendo… E un po’ no.

Penso a ciò che avrà da dire, eventualmente, sulla canzone che sceglierò per andare all’altare… Perché ne avrà da dire e chissà se si ricorderà, a quel punto, di quando mi disse che

il fatto, col non amore, è che non ha niente a che vedere col non amare, ma con l’amare diversamente… Anzi forse anche di più.

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