Love actually: quando la musica dice grazie, scusa, ti amo, buon Natale

Ogni volta che sono depresso per come vanno le cose al mondo, penso all’area degli arrivi dell’aeroporto di Heathrow. È opinione generale che ormai viviamo in un mondo fatto di odio e avidità, ma io non sono d’accordo. Per me l’amore è dappertutto. Spesso non è particolarmente nobile o degno di note, ma comunque c’è: padri e figli, madri e figlie, mariti e mogli, fidanzati, fidanzate, amici. Quando sono state colpite le Torri Gemelle, per quanto ne so nessuna delle persone che stavano per morire ha telefonato per parlare di odio o vendetta, erano tutti messaggi d’amore. Io ho la strana sensazione che – se lo cerchi – l’amore davvero è dappertutto.

Ecco perchè vale la pena vedere almeno una volta nella vita Love actually.

Love actually è il classico film che riesce a farti vedere l’amore sotto una luce differente: non è perfetto ma ti piace lo stesso; non parla di utopie ma di normalità e quindi anche di incertezze, paure, tradimenti, insensibilità, perdite.

Quello che però, secondo me, nel film fa veramente la differenza è la musica.

Pensateci un attimo: provate ad immaginare l’intero film senza Here with me di Dido, Turn me on di Nora Jones, Sunday morning dei Maroon 5… finirebbe per diventare un film sulla banalità dell’amore, di quelli che casseremo come mielosi.

Gran parte del merito è da attribuire al potere della musica, alla sua capacità di dire grazie, scusa, ti amo, buon Natale!

Oscar Wilde diceva che la musica è l’arte più vicina alle lacrime e alla memoria, e quanto aveva e ha ancora ragione.

Mariah Carey potrà anche andare in pensione dal mondo della musica o aver messo su 30 kg da quel lontano 1994 ma nessuno potrà mai dimenticare All I want for Christmas is you, la canzone che fa Natale come poche, quella che quando tutti la cantano (e magari detestano) non possono non sentirsi “malatamente” romantici.

Questo è l’effetto della musica. Ti entra dentro, bastano poche note e riaccende ricordi, scioglie tensioni, fa battere cuori.

Ma veniamo al pezzo da novanta: se anche a voi, come a me, Barry White fa lo stesso effetto che faceva al cast della serie tv Ally McBeal, allora non avrete dimenticato Hugh Grant in The Dancing Prime Minister.

Nessuno dopo quella scena potra ascoltare Jump (For my love) e non pensare all’attore inglese e a Love actually.

Confesso che quando mi sono trasferita a Trieste il poster del film è stata una delle poche cose che ho staccato dalla parete per portarlo con me.

È il mio film toccasana. Follemente innamorata del timido Karl, ero empaticamente in sintonia con Sarah; per anni ho sognato la scena in cui lei, dietro ad una scala, esulta come una ragazzina per aver portato a casa quello strafigo del suo collega!

Oggi niente libro sul comodino ma un’altra storia “che ci insegna a vedere con l’orecchio e ad udire con il cuore”: la musica.

Almeno a Natale cerchiamo di metterci sotto la luce dell’amore.

Love is all (you) we need. Love is all around (us). Love actually.

Love Actually

Ph. Sara Cartelli
© The Eat Culture

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