Piacere, Giulio Cesare

piacere, giulio cesare

Non esiste modo migliore che descrivere un momento felice, per parlare di felicità.

Dicesi momento felice: attimo in cui l’universo ed ogni risorsa che lo compone, cooperano per farvi convergere con la contentezza.

Capito qualcosa di quello che intendo? Forse no. Forse sarebbe meglio andare per ordine, partire da dove è iniziato tutto… O meglio, da dove tutto ha iniziato a finire.

Il mio momento felice, per esempio, è targato Ottobre 2017. Ma per comprenderlo e capire questa storia, dobbiamo andare indietro di qualche mese cari amici. Sintonizzate la macchina del tempo e mettetevi comodi, le lancette dei nostri orologi stanno per girare al contrario a tutta birra, destinazione…

Luglio 2017

“ Non è un film triste, come te lo devo dire. Loro due non stanno insieme semplicemente perché non sono destinati”.
Elisabetta e io parliamo al telefono. Il tema della nostra telefonata è diventato, tutt’a un tratto, un dibattito su di un film che forse conoscerete. Io asserisco sia una storia malinconica, deprimente, triste… In una parola? Piantino.
Eli invece tenta di farmi riflettere sulla chiave di lettura riportata all’inizio di questo paragrafo.

Il film Si intitola 500 giorni insieme. I due protagonisti vivono una storia – non storia – molto particolare e intensa sebbene nessuno dei due si sblianci a definirsi come coppia. Questo è il loro accordo iniziale: vivere in un regime di – non – amore, essere “ super amici” (come direbbe qualcuno), senza stare davvero insieme,
mai.

Allarme spoiler, se non avete visto il film non proseguite.

Lei si chiama Sole, lui Tom. Sole si dichiara allergica alle relazioni tuttavia, una volta terminata questa sorta di super – non – legame con Tom la vediamo sposata, ovviamente con altro.
500 giorni insieme è un film, insomma, triste. Un film che, finisse qui, finirebbe male se vogliamo. Nell’irritazione generale di una sala che ambisce, almeno nelle pellicole cinematografiche, ad un happy ending. Nel disorientamento di Tom e di tutti noi.

Ma non è ancora l’ora dei titoli di coda. La fine della sua – non – storia con Sole ha funto da spartiacque nell’economia dell’intera vita del romantico Tom.
Egli trova finalmente il coraggio di mollare un lavoro deprimente che lo rendeva davvero infelice, per esempio. Presentandosi quindi ad un colloquio, conosce una ragazza nella sala d’attesa. “Io sono Tom”,
“Io Luna” risponde lei. Qui davvero il film finisce.

E ok, forse ha ragione Eli. Ci sta, ma non mi convince.
“Voglio darti il beneficio del dubbio, ma sappi che non ci crederò davvero finché, per simmetria nominale, io non conoscerò… Che ne so… Un Giulio Cesare.

Ottobre 2017, oggi.

Cammino in via Dante parlando al telefono con mia madre. Mi viene in mente che questo mese ogni mio giornale preferito dedica una pagina intera di oroscopo al segno dello Scorpione, quindi mi viene voglia di comprare un giornale.
Attraverso quindi via San Fermo, dirigendomi verso l’edicola che fa angolo e noto, perchè è impossibile non notare chi è il nostro tipo, un tipo.
Lui è seduto nel dehors del bar dove io non mi fermo mai, quello sotto l’Hotel,
Mi guarda.

Trovandomi davanti ai giornali mi chino cercando Cosmopolitan, finchè il vecchietto che è sempre posteggiato da quelle parti mi dice – “Non c’è ma torna”-
Al che, io, che non ho notato l’assenza dell’edicolante dico -“Chi scusi?”-.
Stavo giusto rassicurandolo su come il fatto non fosse un problema quand’ecco che, quello che chiameremo da ora “il bel passante”, si alza e ci raggiunge.

Zelante, il vecchietto ripete anche a lui: -“Non c’è, ma torna”-, lui sorride -“Non c’è problema”.
Non sembra stupito.
Solo dopo, in effetti, rifletto su come una persona da tempo comodamente seduta nella sua posizione avrebbe potuto notare che il tipo dei giornali era assente.
Mi guarda,
“Pensavo fossi tu” gli sorrido, “l’edicolante”.
“Purtroppo no”
“Perchè? Dici, che ti piacerebbe avere un baracchino?”
“Be, perché no potrei leggere diverse cose, per esempio”
“E se i tempi sono duri, c’è sempre il bar vicino” Aggiungo io.

Ridiamo.

Sembrano 5 perfetti minuti scritti da uno sceneggiatore. Cinque minuti in cui il bel passante si finge con fare istrionico l’edicolante, attirando l’attenzione di altri clienti e facendomi ridere, ridere come non ridevo da tempo.

“La signorina cosa prenderà?: Elle? Vanity?, sono curioso”
“ E se prendessi quattro ruote, che ne sa lei”
“ In tal caso sarei ancor più felice di avere un’edicola”

Poi l’edicolante arriva per davvero ma nessuno ha più interesse a comprare quello che, siccome ormai lì, sta comprando.
Il bel passante ritira la sua Gazzetta, io il mio Cosmo, ma nessuno di noi si muove.

“Be comunque piacere, io sono Valentina”
“Piacere mio” mi porge la mano “Io sono Giulio”,

Che bell’incontro, penso.

All’incirca a metà di Ponte Molino mi rendo conto.
Mi tocca al punto che l’ultima cosa che vedo sono le punte delle mie scarpe.
Chiudo gli occhi per qualche istante.
Quando li riapro mi guardo mi sento come una che ha capito, riesco a fare un respiro profondo che non ne capitavano da due mesi, e mi sento felice.

Così proseguo per l’altra metà del ponte mentre dalle cuffiette si sente Vienna di Billy Joel.
E stavolta sì, sembrano quasi dei titoli di coda.

ps.
Quello che non dico in questa storia è ciò che questo avvenimento, apparentemente stupido, mi ha lasciato nelle ore e nei giorni a seguire.
Uscendo da un momento duro, in cui ho temuto per la mia salute, rivisto la mia vita professionale, amicale e sentimentale mi sono trovata in seria difficoltà ad affrontare un tema come la felicità, questo mese. Più volte avrei voluto desistere. Dire – Ragazze ascoltate, fa tutto veramente schifo, quello che scrivo fa schifo io faccio schifo. Mi licenzio dalla vita”.
Ultimamente, nella mia meditazione, nello yoga e nei discorsi con me stessa o con gli altri mi sono ritrovata a dire spesso che non respiravo bene.
Altresì mi sono ritrovata a dire spesso che non sapevo più ridere in modo stupido, per esempio.
Ci sono stati giorni in cui, a metà giornata, mi sono sentita fisicamente a pezzi: col fiato corto, bisognosa di dormire, senza energie. Mi sono detta: un paio di mesi fa prendevo il sole in Grecia e camminavo facendo escursioni, riuscivo a fare 4 ore di yoga a settimana senza farmi venire una tonsillite, andavo in giro in bicicletta. Ora attualmente non riesco a trovare lo slancio per spegnere la luce.
Ho sofferto, per la prima volta in vita mia, di insonnia.
Ci sono stati, e ci sono ancora, giorni in cui ho riflettuto molto su quello che mi dispiace.

Però ci sono anche delle note positive.
La cosa positiva di quest’ultimo periodo è che, parafrasando Battisti, “nessuno no, ho solo SMESSO di fumare”.
Totalmente.
L’altra è che ho iniziato a dire quello che penso. Che non vuol dire essere cattivi, attenzione, vuol dire avere una voce.
Entrambe le cose, suppongo, sono state utili al mio linfonodo impazzito la cui grossezza, nei momenti di buona, mi aveva portato a dargli un nome e un’identità: si chiamava dodo ed era stronzo.
Era una specie di palla da tennis sotto la mandibola e tutti i dottori che l’hanno visto, si facevano seri quando lo vedevano.

L’incontro con Giulio Cesare è stato potente per una ragione. Ho avuto la netta sensazione che i titoli di coda scendessero a posteriori su un film già finito, come se si fosse incappata la pellicola tempo fa… Che nessuno se ne fosse reso conto e la rotellina del proiettore fosse totalmente intasata.

Non so dirvi che film daranno ora. Forse nessuno.
Per un po’ è forse meglio preferire la realtà: che è quello che ti accade, ha le colonne sonore che preferisci tu e se le dai una chance, magari ti rende pure felice.

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