Storie di vita e di cultura: io, lui e Bob Dylan

io lui e Bob Dylan

Avete presente l’istinto?

Quella cosa che ti dice non lo devi fare, non lo devi fare, non lo devi assolutissimamente fare. Ecco, io l’ho sempre bellamente ignorato. Peccato che aveva ragione lui. Aveva sempre ragione lui.

Una volta, moltissimo tempo fa, quando ero più giovane e decisamente ingenua, c’era questo tizio che ci provava con me in ogni modo possibile ed immaginabile sul pianeta terra e nelle galassie contigue. Era stramaledettamente perfetto, aveva i miei stessi interessi, ascoltava la mia stessa musica, mi riempiva di attenzioni, mi dava sempre ragione. Insomma, i violini suonavano, suonavano, suonavano di presa per il culo. E effettivamente lo era. Voi direte: pirla te che ti sei fatta incantare da uno così. Pirla io sì, all’ennesima potenza. E tutto perché non ho ascoltato l’istinto. Perché l’istinto me lo diceva che quello mi aveva fatto la radiografia del profilo Myspace.

In quel periodo ero fissata con Bob Dylan, lo ascoltavo ovunque: in macchina, in metropolitana, sulla 90, a casa mentre cucinavo, studiavo, mi lavavo i denti. Caso strano anche l’infame amava Bob. Ma vah? È tutta colpa tua caro Bob Dylan se ci sono cascata.

Il motivo per cui ero in fissa con Bob Dylan e lo sono tutt’ora (anche se un pochino meno)? Tantissimi.

Il primo è che è un folle burbero genio in tour permanente dal 1988. Il suo carattere schivo, il suo far intendere senza far intendere, la sua capacità dialettica, sono caratteristiche che mi hanno sempre affascinato da morire. Non so se siete mai andati o andrete ad un suo concerto, ma sappiate che Bob difficilmente si ripete. Ogni performance è diversa, ogni canzone è diversa da se stessa. Cambia tutto: il sound, il genere, l’interpretazione. Se vi aspettate di ascoltare “Like a Rolling Stone” probabilmente non la ascolterete o, forse, ne ascolterete una versione completamente rinnovata. Perché Bob Dylan non è quello del “caspita è uguale al cd” a fine concerto. Bob Dylan innova, interpreta, stravolge, in un certo senso è decisamente egoista, se ne fotte di chi lo sta guardando.

Perché è un artista. Non è servo del mercato o della popolarità, è servo della musica. E un artista non è un juke box, è umano, vive di passioni, di fugaci attimi d’ispirazione.

E qui apro una parentesi. Credo che la musica negli ultimi anni sia stata banalizzata, calpestata, resa uno strumento di puro marketing. La musica è bella se vende, un artista è capace solo se è conosciuto. Cazzate. E con questo non voglio far intendere che tutta la musica indie sia pregevole, perché c’è parecchio schifo anche lì a ben vedere. Come penso che la musica non debba esistere solo in quanto “arte” ma anche come strumento di entertainment e quindi è giusto che esistano le varie Maracaibo, Riccione e Vamos a la Playa, sennò come cavolo li facciamo i trenini ai matrimoni?

Però c’è un però. Bisogna imparare a distinguere i due ambiti. Le aspettative non possono essere uguali. Chi va ai concerti lo sa, ci si attende determinate cose, che bene o male sono sempre le stesse.

Pensate solo a: quante volte vi siete goduti un concerto senza fare una foto, una diretta, un dannato video che non rivedrete mai più? Io nessuna ad esempio.

Ecco, ai concerti di Bob Dylan è vietato fare foto (in alcune situazioni sequestrano anche i telefoni cancellandone il contenuto), se a questo aggiungete che modifica tutte le sue canzoni a piacimento la rabbia dello spettatore è assicurata. E allora via i commenti su Facebook, via i “che schifo”, via gli insulti gratuiti nei confronti dell’artista. Certo, capisco benissimo che il legame affettivo che ci lega a determinate canzoni e l’aspettativa nei confronti della performance possano lasciare l’amaro in bocca se non vengono soddisfatti.

Però (secondo però) dobbiamo porci sempre una domanda: la musica è arte?

Se lo è, significa che a lui è permesso esprimersi in tutti i modi che ritiene possibili. E a noi è sicuramente concesso dire “sì mi è piaciuto”, “no non mi è piaciuto per nulla”, ma senza indignarci, prenderla sul personale o inveire nei confronti dell’artista (ne ho lette di ogni).

Ai suoi concerti bisogna solo immergersi e godere dello spettacolo, senza interruzioni, senza distrazioni. E questo credo, sia un grande insegnamento, soprattutto in questo momento storico in cui siamo sovraccarichi di stimoli e non riusciamo a goderci nessun attimo senza lo smartphone in mano (io per prima). Chiusa parentesi, scusate la lungaggine.

Il secondo e più importante motivo sono i suoi testi. Ho una piccola ossessione da amante delle parole: leggo e traduco tutti i testi delle canzoni. Per me sono come poesie. Rifiuto di ascoltare qualsiasi canzone dal testo scontato o banale, anche se la base musicale è pregevole. Comunque, grazie ai testi di Bob Dylan ho visto la luce in un momento buio, mi sono sentita meglio quando stavo peggio, mi sono sentita meno sola. Mi hanno aiutato a farmi forza e credetemi lasciando perdere le pene d’amore, la mia vita in quel momento era un totale disastro.

E così, fra molte, “The Times They Are A-Changin’”, “Mr. Tambourine Man”, “Sara”, mi hanno accompagnato lungo interminabili viaggi in treno, mentre le lacrime scendevano senza sosta, mentre cercavo una strada, una via, un appiglio per non sprofondare. Mi sono vista dentro quelle canzoni, ho capito che la vita è bastarda e feroce ma anche incredibilmente stupefacente. Sono i due lati della medaglia. Ho scelto di stare per quanto possibile dalla parte che mi fa stare bene.

Il terzo e ultimo motivo. Beh, Bob Dylan è stata la cosa migliore di quella sottospecie di relazione, l’unica che ricordo con piacere.

 

P.s. Dopo l’infame è venuta un’altra persona, una che ama la musica sul serio anche se non ama Bob Dylan. Mi ha fatto il regalo più grande. Mi ha portata ad un suo concerto. A New York. La medaglia si era finalmente girata.

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