Un caffè con… Michele e Nicola Neri

“Questa notte passerà” doveva essere il titolo del romanzo di cui sto per parlavi ma qualcosa non ha convinto l’editore, così oggi stringo tra le mani Scazzi di Michele e Nicola Neri: un libro sull’adolescenza di un figlio travolgente, Nicola, e di un padre travolto, Michele.

Scazzi non è solo un neologismo, è un termine che parla delle fatiche dell’amore familiare perché come lo stesso Nicola dice “non ci si scazza con qualcuno a cui non tieni”. In Scazzi si litiga con amore: un giovane adolescente ha bisogno di un padre con il quale desidera avere tenacemente un rapporto, anche se per arrivare ad averne uno hanno percorso un cammino fatto di ostacoli con nomi ben precisi: abusi di sostanze, violenza e scontri.

È un libro coraggioso, che non vuole essere un manuale sull’adolescenza ma che vuole raccontare qualcosa di vero, la storia di un successo, “l’unico che potevano permettersi loro due”.

Un coro a due voi, un libro a quattro mani, scritto dai due lati di una stessa scrivania.

 

R: Scazzi: una parola, una storia, quale?

M: Questa è la storia di un padre mite e di un figlio adolescente, per l’esattezza è la storia di sette anni di guai in cui si parla di abbandono, violenza e abusi di sostanze stupefacenti e di un tentativo di riconciliazione, di accorciare le distanze.

R: Cosa hai provato nell’accorgerti di essere padre di un figlio che stava vivendo un’adolescenza alla quale non potevi sottrarti?

M: La storia ha inizio nell’ottobre del 2008 quando, dopo un incidente in motorino, vedo in un letto di ospedale per la prima volta Nicola per quello che è: un ragazzo immobilizzato dalle sue paure ma circondato da coetanei che manifestavano nei suoi confronti un forte senso di protezione e nei miei la stessa rabbia di mio figlio. Eravamo separati nella separazione. Nicola era per me un alieno, qualcuno che non riuscivo a comprendere. È stato un grave errore da parte mia pensare che anche Nicola avrebbe vissuto un’adolescenza felice, come lo era stata la mia; la pigrizia ha vinto, non ho fatto quello sforzo almeno iniziale di vedere che per Nicola non era così.

R: Nel libro si legge “una sola parola uguale per entrambi: solitudine”. Volete descriverla?

N: Stavo soffrendo per la separazione dei miei genitori, mi sembrava ovvio dover prendere una posizione perché in quel momento non potevo pensare a loro come a due persone in grado di avere un dialogo; ho quindi deciso di stare dalla parte di mia madre. La solitudine era rabbia e questa cresceva quando pensavo al dolore che mio padre, andandosene, aveva provocato a me, mia madre e mia sorella.

M: La mia solitudine aveva il colore della frustrazione. Non riuscivo ad esercitare il ruolo di padre perché Nicola non voleva vedermi. In quel periodo mio figlio era una visione sfuggevole.

R: Le parole hanno un peso. Quando dici che “Lucia era molto più fortunata perché aveva la mamma come modello da seguire” è uno di quei momenti in cui le parole escono senza un perché, oppure era parole meditate, pronte a ferire consapevolmente?

N: Per me era un dato di fatto, le parole stavano esprimendo ciò che pensavo ed io non volevo assomigliare a chi mi aveva fatto soffrire. Con la separazione avevo perso un riferimento maschile.

M: Quelle parole mi hanno ferito ma, attutito il colpo, ho pensato che purchè avesse un riferimento potevo anche sopportare di non essere io.

R: Se doveste descrivervi attraverso un verbo quale sarebbe?

M: “Transigere”. Credo nella via difficoltosa di spingere l’altro a fare qualcosa per se stesso senza essere per forza intransigente.

N: “Trascendere”. È quella sensazione di avvertire qualcosa dentro che vuole andare oltre.

R: Spesso Nicola parla di te come una roccia, qualcosa a cui aggrapparsi, tuttavia tu scrivi di non esserlo e ti stupisci davanti a questa affermazione.

M: Sentivo che come padre dovevo accettare anche quello che mi sembrava assurdo. Tale era la paura di vederlo in guai sempre peggiori che finivo per accoglierlo nel tentativo di avvicinarmi a lui e di aiutarlo a non buttare via la sua vita. Sentivo di dover accettare e sopportare; le regole erano fallimentari ancor prima che iniziassero ad esistere.

N: Infatti trasgredire una regola era per me una sorta di appello, un modo per dire all’altro “Guardami, sono qui!”. Vedevo mio padre come una persona più serena, meno fragile; era capace di accogliere tutte le mie angosce, senza esserne spaventato. A posteriori posso dire che mi è piaciuto che il suo tentativo di comprendermi non passasse attraverso le parole ma che finisse per generarle. Mio padre pensava a me più di quanto credessi. C’era qualcosa di affine nel nostro dolore.

R: Dalla scrittura del libro ad oggi che cosa è accaduto? Come avete ricostruito il vostro rapporto?

M: Per assurdo la ricostruzione non è passata attraverso il dialogo ma ha percorso vie laterali. Andare ad un concerto insieme, vedere un film e scoprire la stessa ironia sono solo alcuni esempi. Quando le cose andavano davvero da schifo non ci rimaneva che trovare un punto di incontro che non fosse così brutto e queste erano le occasioni giuste che ci eravamo dati. Aspirare alla felicità di Nicola era stato un errore. Oggi direi “sii intenso” senza limiti, ma non dimenticare di chiederti cosa stai facendo.

N: Finchè puoi ridere puoi vivere: io ho imparato con mio padre il potere di ridere di se stessi, di sdrammatizzare. La possibilità di raccontarmi attraverso la parola scritta, scoprirne il valore, è stato terapeutico. Questo libro racconta un tentativo e la fatica è stata tale che non poteva rimanere un’esperienza solo nostra, dovevamo condividerla. Non si trova spesso chi ti ama nella sofferenza, anche per le tue fragilità.

R: Il libro sul comodino?

M: La casa dei Krull di G. Simenon.

N: Il grande amico di H. A. Fournier.

 

Intervista a Michele e Nicola Neri

 

Questo libro è nato per raccontare una storia vera, che per Nicola ha significato non vivere solo nel presente ma pensare che un futuro era possibile, anche insieme a suo padre.

 

Intervista a Michele e Nicola Neri.

Intervista a Michele e Nicola Neri.

Ph. Sara Cartelli
© The Eat Culture

Spread the culture
  • 12
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
More from Ramona Lucarelli

Il libro sul comodino: Atlante sentimentale dei colori

Pensiamo di poter definire i colori in maniera arbitraria ma le sfumature?...
Eat it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *