La formica e la luna

C’era una volta una piccola formica.
Viveva in una casetta piccina piccina sotto a un fiore di calendula e, come quasi tutte le formiche, di lavoro faceva l’operaia.
Ogni giorno si svegliava con l’alba e non rientrava che dopo il tramonto, per recarsi nei campi a cercare i chicchi di grano dimenticati dai contadini.
Quando ne trovava uno se lo caricava in spalla (se era troppo grande lo faceva rotolare) e lo portava al Granaio delle Formiche, dove la colonia raccoglieva le provviste in vista del Grande e Freddo Inverno.
E sì, faceva una gran fatica, questa formichina!

Un bel giorno -per l’esattezza, era un bellissimo giorno di luglio, di quelli con il cielo azzurro azzurro e la brezza leggera a rinfrescare l’aria- la Formica stava andando a lavoro.
Era in cammino sulla solita strada quando l’imbocco di un sentierino che non aveva mai notato catturò la sua attenzione.
“Però” pensò “senti che profumo arriva da questa parte! Ci devono essere dei fiori pieni di polline più avanti. Sono un po’ in anticipo: potrei avanzare un pochino e vedere se li trovo!” e senza pensarci due volte imboccò il sentiero.

Non aveva fatto che pochi passi quando una vocina la fece trasalire.

“Chi vuol essere lieto siaaaa…..”

La Formica si fermò ad ascoltare: chi stava cantando?
Guardò in sù ed eccola là: era una grossa cicala, comodamente posata su un ramo.

“Sei tu che canti?” chiese la Formica.

La Cicala si fermò e, con tutta la calma del mondo, soppesò con lo sguardo la sua interlocutrice.

“Precisamente” sentenziò, con un mezzo sorriso.

“Sei brava! Ma che ci fai qui a quest’ora? Il sole è già alto, le tue compagne non ti aspettano per iniziare a lavorare?” la Formica, come si è capito, era davvero operosa e ligia al dovere.

La Cicala scoppiò a ridere.

“Compagne? Io non ho compagne e sono sola al mondo, così penso solo a me! E poi quale lavoro? Non lo vedi che magnifica giornata è oggi? No no, oggi me ne starò a qui e tradurrò in canto la gioia che provo!”

La Formica era basita.

“Ma come farai questo inverno? L’estate è bella, ma breve! Noi la passiamo a lavorare perché così, quando la neve avrà ricoperto ogni cosa, potremo fare festa attorno al fuoco!”

La Cicala la guardò un po’ stranita.

“Pensi sia davvero questo il motivo per cui fai avanti e indietro tutto il giorno sotto a questo sole cocente? Per cui ti svegli la mattina e, anche se fuori ci sono i colori più belli che siano mai stati creati, tu quasi non te ne accorgi e corri a capo chino a cercare i chicchi nel campo?”

A queste parole la Formica, un po’ risentita, non seppe proprio cosa rispondere, ma la Cicala non la lasciò a lungo in silenzio perché subito aggiunse:

“Te lo dico io: no! Tu e le tue compagne lo fate perché questa è la vostra natura, mentre io mi godo l’estate perché questa è la mia. Come sarebbero le lunghe sere di luglio senza le mie canzoni? Come sarebbe camminare sotto le querce senza la mia voce in sottofondo? Vedi, se il mio canto non conta nulla, allora non contano nemmeno la luna e le stelle nelle notti chiare!”

La Formica ci pensò. Le piaceva molto, la sera, sedersi sotto alla sua calendula a guardare la luna, e improvvisamente capì.

“Ti chiedo scusa, Cicala, non volevo dire che il tuo canto non serve a niente. Facciamo così: se quest’inverno ti troverai in difficoltà, vieni da me. Ti ospiterò e tu, in cambio, canterai per me e mi ricorderai quanto sono belle le notti di luglio!”.

La Cicala si addolcì.

“Va bene, amica Formica, e per ringraziarti voglio farti un regalo: d’ora in avanti, quando mi sentirai cantare sappi che sto intonando la mia canzone per te!”.

La Formica arrossì.
Tutt’un tratto, quello della Cicala le sembrò il lavoro più prezioso del mondo.

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