Momos tibetani – ovvero: come fare in casa vostra una ricetta vegana che arriva dal’altro capo del mondo

Momos tibetani - ovvero: come fare in casa vostra una ricetta vegana che arriva dal'altro capo del mondo

Ci sono luoghi a cui sentiamo di appartenere nel momento in cui ne solchiamo il suolo per la prima volta.
La regione indiana del Ladakh è uno di quelli a cui appartengo io. Una terra di bellezza cruda, di energie ancestrali, di persone dall’animo gentile, generoso e pulito.

La ricetta dei momos tibetani è un ricordo di felicità, di quelli tangibili, che rivivono con i sapori.

Il giardino di erbe e fiori spontanei a casa della mia amica Ichen e della sua famiglia. Stirpe reale e cuore ancor più nobile.

Ora, seduta sul divano di casa mia, il ricordo del succo di albicocche spremuto direttamente dall’albero dai frutti dell’albero mi riporta là, in quel lembo di terra sul tetto del mondo tra India, Tibet, Cina e Kashmir, dove tutti vivono felici e contenti e dove piangi due volte: quando arrivi e quando te ne vai. Aver trascorso del tempo sull’Himalaya mi ha fatto ricordare quanto ami le persone. Grazie alle persone straordinarie che ho incontrato.

Da chi ci è venuto a prendere all’aeroporto all’alba, a chi ci ha ospitato in casa sua per il solo per piacere di farlo, a Shiv che ogni sera davanti a una birra ci raccontava le storie dei Veda induisti. Ai bimbi del monastero tibetano che mi hanno ricordato che si può vivere di pane e amore e si può fare con un sorriso sincero sul volto.

Al signore distinto col cappello che mi ha donato la sua storia. Lui, come un moderno Siddartha si è spogliato degli agi del cognome con cui è nato e vive da 20 anni sotto un albero. Vive nella sua foresta lontana in compagnia di cavalli selvatici, luna piena e il suo cane pastore – e vi assicuro: 1) che non è una fiaba; 2) che è l’uomo più equilibrato di mente che io abbia mai conosciuto.
Se ve lo state figurando come uno schivo eremita vi fermo subito: è munito di IPad e IPhone, ha una casella e-mail e una carta di credito. Ogni sera ci preparava un infuso di rosmarino toscano donatogli da amici di Montecatini e non disdegnava un week end a New York – diceva che ne aveva bisogno, come quando un libero cittadino decide di far visita a un carcere. Mamma mia, la serenità nei suoi occhi mi rimarranno impressi nell’anima per sempre.

Solo per dirvi che in India ho imparato anche – e soprattutto – che tra il bianco e il nero ci sono davvero infinite sfumature di grigio e non bisogna temere di esplorarle tutte.

In India ho ricordato a me stessa di quanta passione, amore, pace e serenità abbiamo nel cuore.
Che la distanza avvicina e che siamo presbiti verso le cose più importanti. Guardandole da lontano si fanno via via più nitide, e capiamo quanto siamo fortunati a possedere luoghi felici nel cuore in cui potersi sempre rifugiare e persone che ci vogliono bene a cui mancare.


Dopo questo viaggio sono tornata a casa decisamente provata ma riempita. E l’abbraccio di Luca, un piatto di spaghetti al pomodoro, il nostro divano e Netflix non erano mai stati così entusiasmanti.

Momos tibetani – la ricetta

INGREDIENTI (dosi per 4 persone)

  • 200 g di farina 00
  • 90/100 g di acqua (a seconda dell’umidità e temperatura della giornata)
  • una cipolla gialla
  • una carota
  • mezzo cavolo verza
  • 200 g di spinaci in foglia
  • un cucchiaino di brodo granulare vegetale (nel Ladakh utilizzano un preparato locale che ovviamente in Italia non si trova; però il nostro Dialbrodo si avvicina molto nel sapore)
  • Mezzo cucchiaino di: cumino, zenzero essicato, curcuma, paprika dolce, pepe nero.
  • Un cucchiaino di salda di soia e qualche goccia di olio di sesamo
  • Olio extra vergine d’oliva q.b.

 

Mentre assaggi ascolta:  Lovely day, Bill Withers

PROCEDIMENTO

  1. Impasta farina e acqua sino ad ottenere un impasto liscio e omogeneo – ci vorrà un pochina di pazienza. forma 4 palline e lasciale riposare 30 minuti sotto un canovaccio.
  2. Nel mentre, prepara il ripieno: sminuzza cipolla e carota (nel minipimer andrà benissimo), soffriggili in un’ampia padella antiaderente (o in un wok) assieme alle spezie.
  3. Taglia a julienne il cavolo e aggiungilo al soffritto assieme agli spinaci. Sfuma con la salsa di soia e l’olio di sesamo.
  4. Sciogli il brodo granulare in una tazzina da caffè di acqua bollente e versalo sulle verdure. Fai cuocere a fuoco vivace per 15/20 minuti. Una volta cotte, lasciale raffreddare.
  5. Tira la pasta a macchina molto sottile. Con un coppa pasta forma tanti cerchi.
  6. In ogni cerchio, al centro, metti un po’ di ripieno alle verdure e chiudilo come fosse un panzerotto (vi lascio nelle mie IG Stories – le trovate su Momos tibetani – il video di Rinzhin M’am che li chiude i momos tibetani come fosse la cosa più semplice del mondo [+ altre cose di cui vi parlavo sopra]. Vi confesso che io non ce l’ho fatta nemmeno dopo 2 ore di amorevole e paziente lezione dal vivo – per questo vi ho aggiunto anche una modalità più semplice e infallibile per chiuderli).
  7. Cuocili nella vaporiera. Io li ho visti cuocere nella vaporiera a più piani in acciaio, però vi consiglio di ungere leggermente i ripiani per scongiurare il rischio che si attacchino. Se utilizzate quella di bambù, invece, usate delle foglie di cavolo come fondo antiaderente. Io ho usato la vaporiera elettrica e mi sono trovata da Dio. Cuociono in circa 15 minuti.

Mangia i momos tibetani tiepidi direttamente dalle mani – sull’Himalaya si fa così e non sono ammessi altri modi. Sono spaziali anche così “in purezza”, ma, se lo volete, pucchiateli in un po’ di salsa di soya allungata con qualche goccia di aceto di riso. Loro usano una salsa fredda al pomodoro piccante che potrebbe ricordare il nostro sugo all’arrabbiata ma devo dirvi che l’accostamento non mi intusiasma.

Altro fantastico suggerimento: se per caso dovessero avanzarvi dei momos tibetani, il giorno dopo scaldate un filo d’olio in una padella antiaderente. Quando è rovente, mettete i momos sulla padella e fateli piastrare solo da un lato a fuoco vivace – 5 minuti basteranno. Diventeranno croccanti da un lato e morbidi sopra – una goduria. Provare per credere.

 

Ceramiche: La Fornacina Keramik Studio

Ph. Sara Cartelli
© The Eat Culture

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